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La gravidanza è una metamorfosi anche cerebrale

La gravidanza è una metamorfosi anche cerebrale

“Un figlio ti cambia la vita?”. Alzi la mano chi non l’ha pensato almeno una volta!

Oggi però a questa affermazione sta per aggiungersene un’altra: un “figlio ti cambia il cervello!” Ovviamente entrambe si riferiscono a noi mamme, ma è soprattutto la seconda che ci riguarda da vicino, visto che i “soggetti di studio” degli esperti di neuroscienze che l’hanno coniata sono proprio le donne in gravidanza e le neomamme.

Investigandoci durante e dopo i nove mesi, infatti, essi hanno svelato quali meccanismi biochimici entrano in gioco in questo periodo, modificando non solo il nostro corpo, ma anche il nostro umore, i nostri comportamenti, il nostro cervello appunto. In realtà, molte di queste ricerche offrono spiegazioni scientifiche a situazioni che tutte noi abbiamo provato. Un esempio? Prima della gravidanza non ci svegliavamo neppure con le cannonate e adesso che abbiamo un bebè basta un suo impercettibile movimento nella culla, che subito ci alziamo e accorriamo mentre il papà se la ronfa alla grande? Bene, questo strabiliante fenomeno è dovuto all’impennata di un ormone “certo cortisolo” che attiva il sistema di stress. Questa sostanza è responsabile anche di un’altra performance materna, che l’uso del braccialettino nelle nursery ha praticamente azzerato: la capacità di riconoscere il proprio neonato dall’odore.

Insomma, se da un lato le scoperte scientifiche tolgono quell’alone sentimentale-romantico all’idea che ci eravamo fatte dell’istinto materno, dall’altro ci rappacificano tutte le volte che quell’istinto sembra non appartenerci. E non solo. Anche le “cattive madri” possono trovare nei meccanismi biochimici una giustificazione per la depressione che le fa sentire inadeguate o che addirittura le porta a non occuparsi dei loro bebè. Proprio l’amore materno ha sempre più a che fare con il cervello, in particolare con il suo emisfero destro. Non a caso le mamme più dei papà e delle donne che non hanno figli quando prendono in braccio il proprio bambino lo tengono a sinistra, non solo a “contatto di cuore” ma anche di cervello, perché l’occhio sinistro comunica direttamente con l’emisfero destro, appunto quello maggiormente coinvolto nell’accudimento e nelle risposte emotive.