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La straordinaria avventura di Hobby Rolly, Frank Rolly e Onny Rolly

La straordinaria avventura di Hobby Rolly, Frank Rolly e Onny Rolly

C’era una volta un papà che s’incamminava con i suoi due figlioli verso il parco di Villa Aggazzotti. Cammina che cammina Roberto aveva il suo bel da fare a tenersi buoni i suoi due angioletti. Franci saltellando, Elli che dentro il passeggino era un terremoto, più che la personificazione di due angioletti parevano due diavoletti. Stava ancora una volta raccontando la favola della Nave volante, quando arrivarono al solito posto. Il solito posto non era altro che un piccolissimo boschetto appartato  in un angolo della villa, talmente lussureggiante e verde da non far passare i raggi solari. Qui spesso giocavano ad essere inghiottiti senza scampo, come fossero in una giungla. Era in realtà l’unico posto del parco in cui avere una tregua dal caldo asfissiante.

Roberto aveva molti dubbi e poche certezze nella vita, ma due cose i suoi due bimbi gliele avevano insegnate. La prima è che se inizi a raccontare una favola la devi finire. E così fece anche stavolta: … lo Zar e la Zarina lo amarono e la principessa lo adorò e vissero tutti felici e contenti. La seconda è che qualsiasi favola o storiella racconti, ti prendi una bella e ardua responsabilità, perché dovrai sempre ripeterla con le stesse identiche parole. Quante volte si era sentito dire: papà non fa così!

Si erano appena seduti per terra, quando cominciò a diluviare.

Per fortuna siamo al coperto, disse Roberto, sembra d’essere dentro ad una capanna. Facciamo un buco per terra?

Sì dai! Risposero in coro i due bimbi.

Se scaviamo tanto possiamo fare un tunnel; ci sono persone che sono fuggite da carceri scavando gallerie sotterranee, con il solo aiuto delle mani, oppure di un cucchiaio come questo, e prese dalle mani della figlia il cucchiaino con il quale la bimba aveva mangiato la pappina.

Scavavano e pioveva, pioveva e scavavano. La terra diventava sempre più molle e fine come sabbia, quando capitò una cosa che lasciò tutti e tre di stucco. All’improvviso si aprì un buco grosso come una voragine. Era come quando in spiaggia giocavano con la sabbia a costruire un ponte. E scavando, con una mano da una parte e l’altra mano dall’altra, finalmente si formava una galleria e le mani si toccavano. Subito dopo Francesco o Eleonora riempivano un secchio d’acqua di mare, e buttando l’acqua in uno dei due buchi battevano le mani contenti di vedere apparire il liquido anche dall’altra parte. Avevano la stessa espressione anche in quel momento. Papà Roberto mise la testa dentro il grosso buco che sembrava non finire mai, illuminandolo con una pila improvvisata: un portachiavi che gli avevano da poco regalato e che con un interruttore s’illuminava. È proprio una vera caverna, esclamò Roberto, e non sembra nemmeno tanto profonda. Spinto dalla curiosità scavò ancora, fino a quando il diametro della bocca non fu sufficiente a permettergli di scivolarci dentro. In realtà era più alto di quello che aveva pensato, ma per fortuna la caduta fu attutita da un piccolo corso d’acqua che scorreva ai piedi della caverna. Papà, papà, vengo anch’io, fammi venire, disse Francesco. Eleonora fece di peggio: presa dalla smania e dalla paura di rimanere indietro, s’avvicinò troppo alla bocca della caverna e ci finì dentro senza accorgersene. Non si fece niente dal momento che i bambini piccini son fatti di gomma. Francesco chiaramente non ci pensò due volte e seguì di getto la sorellina. Accesero la pila e videro che il corso d’acqua formava una specie di fiumiciattolo. Non si vedeva la fine, e i tre esploratori seguirono emozionati il corso d’acqua, fino a quando in fondo alla caverna l’acqua ingrossandosi formava una piccola cascata. Sarebbe stato più sensato ritornare indietro, ma di certo avrete capito che non è quello che accadde, che se no la storia sarebbe già finita e che cavolo di storiella sarebbe stata. Giunti alla cascata scesero con attenzione, seguendo un dirupo di sassi e pietre formatosi da una piccola frana. Li aspettava un’enorme grotta che proseguiva in centinaia e centinaia di diramazioni. Ogni diramazione una nuova grotta, che proseguiva con una o più aperture. Si trattava di un vero e proprio labirinto. Procedendo più con l’istinto che con la ragione arrivarono in una caverna dal cui soffitto pendevano centinaia di lucenti stalattiti. Con la bocca aperta e sempre più emozionati, proseguirono per un lungo corridoio che conduceva in un ampio spazio molto più buio dei precedenti. Roberto puntò la pila per vedere in quale direzione procedere, poi illuminò in alto verso la volta: centinaia di pipistrelli appesi al soffitto, disturbati dalla luce, calarono a frotte squittendo. Roberto abbassò subito la pila e corse con i bimbi imboccando uno stretto corridoio appena in tempo per schivare l’attacco dei pipistrelli. Francesco ed Eleonora vinti dalla paura e dalla stanchezza, per la prima volta da quando era iniziata l’avventura, piangevano a dirotto. Un attimo prima felici, ora disperati, Eleonora se né usci con: Voglio la mamma, voglio la mamma, voglio la mamma! Una catastrofe.

Elli non piangere che fra un po’ saremo a casa. Franci, racconta a tua sorella di quella volta che ci siamo persi sulla pista del ghiacciaio di Val Senales, con venti gradi sotto zero. Anche tu piagnucolavi che volevi la mamma. Ma poi siamo riusciti a tornare all’albergo senza conseguenze, a parte la sgridata che abbiamo preso da Elena.

Roberto stava bluffando. S’era reso conto di essersi perso e stemperava allegria per non preoccupare di più i suoi bimbi. A tal scopo ricominciò a raccontare la Nave Volante: C’era una volta, tanto tempo fa, due fratelli… Papà no, non mi va di sentirla, si lamentò Francesco.  Non era per niente un bel segnale. Continuando a camminare in silenzio seguirono lo sgocciolio di una vena d’acqua, che portava ad un piccolo lago. Si fermarono a riposare, dividendosi un panino al prosciutto avanzato. Non potevano rimanere ancora a lungo senza acqua, e il papà assaggiò quella della sorgente. Era buonissima, cristallina e pura come in alta montagna. Franci, Elli, venite a bere l’acqua più buona del mondo. Dopo essersi riposati e dissetati, Roberto convinse i suoi due bimbi a proseguire. Del resto cosa poteva fare? Con tutti i corridoi che avevano imboccato era impensabile tornare indietro. Per tornare a casa bisognava sperare di trovare, da una delle tante grotte che esploravano, un’altra via di fuga che li riportasse all’aperto.

E fu così che all’improvviso, entrando in una caverna molto alta e luminosa Franci urlò: Papà, guarda lassù c’è una luce. Sì, i nostri audaci ebbero un colpo di fortuna, perché, parafrasando il grande Vasco: la fortuna, la fortuna, quando c’è aiuta sempre comunque gli audaci e mica me, io che c’ho paura, perfino che, che un giorno in testa mi caschi la luna o ti perdere te
Parecchi metri sopra loro, da una fessura tra le rocce, entrava la luce del giorno. Roberto provò a salire arrampicandosi con le mani sopra la roccia, ma era troppo ripida e non ci fu niente da fare.
Aiutatemi a cercare delle grosse pietre che costruiamo una scalinata, propose il padre ai figli. Più facile a dirsi che a farsi, non appena l’improvvisata scala si avvicinava ad essere completata crollava inesorabilmente. Più di una volta, presi dallo sconforto, stavano abbandonando l’impresa; ma alla fine dopo ore e ore di lavoro, una sottospecie di scaletta pericolante era completata. Man mano che salivano, la fessura sembrava sempre più grossa e luminosa. Evviva! Dall’altra parte del buco alberi verdi, il cielo azzurro. Erano salvi. Il buco era leggermente piccolo per far passare Roberto, ma sufficientemente grande per Eleonora e Francesco, che senza farsi pregare lo attraversarono.

Bimbi state attenti, cosa vedete?

Papà c’è un sole bellissimo, e più giù il mare, che bello, rispose Francesco.

Roberto picchiando con un sasso appuntito, Francesco ed Eleonora dando una mano come meglio potevano, riuscirono ad allargare il diametro del buco quel tanto da far passare anche il Papà.
Era uno spettacolo incredibile, si trovavano sopra una collina verdissima; in ogni angolo crescevano alberi e fiori, in basso un mare talmente bello da sembrare dipinto. Una frangia di palme sorgeva sulla spiaggia, a circa mille metri dalla riva una scogliera e al di là il mare prendeva una tonalità blu scuro. Una distesa d’acqua infinita.

Saliamo più in alto, che voglio capire dove ci troviamo, propose Roberto. Arrivati più su, videro tutto intorno sempre e solo oceano: si trovavano in un’isola e non si vedevano uomini, case, barche. Roberto pensò preoccupato ad un’isola deserta, ma si guardò bene da condividere con i propri figlioli tale spauracchio.

Vi va di fare un tuffo in acqua?

Sì, dai, possiamo? Urlò Elli.Certo, facciamo così, l’ultimo che tocca l’acqua rimane a guardare gli altri fare il bagno. Naturalmente il Papà perse apposta, felice come una Pasqua di sentire ridere i suoi bimbi. Arrivarono in una spiaggia dalla sabbia bianca, come avevano visto solo nelle cartoline. Il mare era bellissimo. Riparato dalla scogliera, l’acqua era tiepida, di un colore azzurro chiaro.

Si vedevano rocce, alghe, e pesciolini come in un acquario.

Papà non abbiamo il costume!
Che ci frega, ci teniamo le mutande e ci buttiamo.

Si divertirono come pazzi. Papà Roberto fingeva di essere uno squalo e rincorreva i suoi bimbi, che ridevano come matti.

All’improvviso urlò Eleonora: Papà aiuto c’è un pesce enorme, che mi viene addosso, piangeva la bimba come una fontanella. Un pesce grosso come non avevano mai visto così da vicino, incominciò a saltare intorno alla bambina.

Elli non piangere, non avere paura, è un delfino che vuole giocare, non preoccuparti è buono, disse Roberto perdendo in braccio la bimba. Viceversa Francesco inizialmente impaurito, piano piano prese coraggio  e si avvicinò al delfino. La risata che poco dopo esplose fu fragorosa. Una risata contagiosa che tranquillizzò la sorellina, che mica poteva stare indietro. Giocarono per ore, e non fu facile per il papà convincere i bimbi ad uscire dall’acqua, lasciando solo il delfino. Passato lo spavento Elli era convinta di poter prendere il delfino per mano e portarselo magari a nanein, come uno dei suoi bambolotti.

Una volta fuori si sdraiarono sulla sabbia per riposarsi.

Era il momento giusto per fare una seria chiacchierata: Allora bambini miei, vi voglio dire che temo siamo capitati in un’isola deserta, ma non preoccupatevi perché andrà tutto bene, anzi sarà la più bella avventura della nostra vita. Per prima cosa mi dovrete aiutare a cercare dell’acqua, del cibo, e un posto per dormire. Per fortuna i due bimbi, dopo una prima mescola, e un risanante pianto della bimba più piccola che voleva la mamma, seguirono il loro papà.

Lasciando alle proprie spalle la spiaggia, s’addentrarono in un boschetto. Dopo pochi passi si trovarono in una foresta vera e propria. Procedevano a fatica tra le piante rampicanti quando sentirono un rumore, alla loro destra videro scappare uno strano maialino piccolissimo, e contemporaneamente una gran varietà d’uccelli di razze che non avevano mai visto prima si alzò dai rami volando in cielo. La strada aveva incominciato a salire e più su ancora si scorgeva una grande montagna. Un piccolo rumore che fino a pochi attimi prima si intuiva, aumentava via via che salivano, e da sconosciuto divenne familiare. Sì! Era lo scroscio dell’acqua. Infatti, ben presto, ecco un ruscello, che scendendo dalla montagna proseguiva in basso aprendo in due la macchia. Ai due lati del ruscello alberi pieni di frutta.

Papà Roberto era al settimo cielo, avevano trovato l’acqua e il cibo.

Continuando a salire la montagna si faceva più rocciosa. Ecco ci fermeremo a dormire qui! E Roberto indicò una piccola grotta che aveva notato tra le rocce della montagna. Il buio arrivò di colpo. Roberto ancora una volta ringraziò la buona sorte. A giudicare dal verde e dalle piante così numerose, sull’isola spesso pioveva, e quella grotta era una manna dal cielo. Papà ma non c’è la luce… piagnucolavano entrambi i bimbi . Vorrà dire che domani accenderemo un bel fuoco, adesso però dormiamo. Poi Roberto sconfortato dal pianto dei bimbi e preoccupato da tutto ciò che li aspettava, fece la cosa che ultimamente gli veniva meglio: raccontò una favola. La Bella Venezia tranquillizzò i bambini, addormentandoli in pochi minuti. Roberto, stanco morto, non s’accorse che mentre raccontava la fiaba erano entrati nella grotta degli uomini alti come un tappo di sughero.

Il mattino dopo ebbero un brutto risveglio; erano tutti e tre legati come salami: intorno a loro i Tappini che discutevano. Fate parlare me, disse ai propri simili quello che sembrava essere il capo. Dei mostri grossi come voi non ne abbiamo mai visti, e per sicurezza vi abbiamo fatto prigionieri. Abbiamo l’ordine di condurvi dall’Imperatore!
I Tappini provarono in tutti i modi a trasportare Roberto e i suoi figlioli, ma alla fine esausti dovettero rinunciare.

Si presentò sua Maestà in persona: Avete qualcosa da dire prima d’essere ammazzati?

La prego, potentissimo Imperatore, non siamo cattivi, rispose Roberto. Sono arrivato con i miei figli in questa terra per errore, potremmo andarcene anche subito, se ci aiutaste a costruire un’imbarcazione.
Come faccio ad essere sicuro che non ci mangerete?
Non siamo cattivi, e nemmeno cannibali, e a quanto posso vedere siamo uguali a voi, solamente molto più grandi. Parliamo la stessa lingua. Abbiamo come voi due braccia, due piedi, due occhi, due orecchie, due mani.

L’Imperatore rimase un bel po’ a pensare, poi disse: Mi hanno riferito i miei sudditi che sei un racconta storie. Se me ne racconterai una che mi piace, vi farò la grazia.
Roberto decise di giocarsi le sue cartucce con la storia La Nave Volante. L’Imperatore e la sua corte si riunirono intorno al prigioniero, che iniziò il racconto. Non si sentiva volare una mosca. Non potete immaginare le risate, quando sentirono che uno dei personaggi della fiaba cammina con una gamba legata ad un orecchio. Quando il racconto arrivò al punto in cui il protagonista stupido dice: Me misero, me sempliciotto, me stupido, ci fu un tripudio di risate. La grazia fu concessa. In una vallata ai piedi di una cascata sorgeva l’accampamento Reale. Era formato da tante casette in miniatura di legno. L’Imperatore non perse tempo e ordinò ai suoi sudditi che fosse costruita una capanna dalle dimensioni sufficienti da poter contenere i tre giganti.
Per degli ometti così piccini era un’impresa titanica. Roberto la paragonò allo sforzo compiuto dagli antichi Egizi nella costruzione delle piramidi, e l’imperatore, che non abbandonava più  i giganti, volle subito sapere la favola degli Egizi e delle loro strane costruzioni. Hai voglia spiegargli che non era una fiaba…

I tre giganti aiutarono i Tappini,  e in pochi giorni la costruzione fu completata. L’Imperatore stravedeva per i nuovi amici e non gli fece mancare nulla.

Eleonora giocava a far da mamma ai bimbi dei Tappini, che chiamava TappininiTappinino cosa ti ho detto! Non puoi entrare nel bosco da solo! Non puoi entrare in acqua appena mangiato!
Tutti i giorni faceva il bagno nello stesso posto; ritrovava il delfino di cui aveva avuto tanta paura e ci giocava per ore. Lo aveva soprannominato Delfin Rolly. Quello d’inventarsi nomignoli, era un vecchio gioco tra il Papà ed i suoi bimbi: Bobby, Obbo, Papu, Chicco, Chich, Frank, Paciu, Paci, Pacianellina, Ina; in quanti modi diversi s’erano trasformati con gli anni i loro nomi! In quel periodo il papà era Hobby Rolly. Francesco era Frank Rolly. Eleonora era Onny Rolly. Naturalmente il cognome vero della famiglia non faceva Rolly. Ecco spiegato il nome del delfino.

Francesco invece andava a cacciare o pescare insieme agli amici Tappini. Gli avevano costruito armi della sua misura: arco con frecce, coltelli e lance. Oltre ai maialini, nell’isola si trovavano altri animaletti tutti piccini: conigli, lepri, e scoiattoli, ad esempio. Francesco diventò presto un ottimo cacciatore, e fu eletto capo squadra.

Roberto restava invece spesso con l’Imperatore, che voleva sapere sempre più cose del mondo dei giganti. Sua Maestà restava a bocca aperta, nel sentire cose tanto strane: la televisione, la luce che si accende con un interruttore, l’acqua che esce da rubinetti, le automobili, i treni, gli aerei. Non riusciva a capire il perché i giganti dovessero lavorare tutta una vita solo per pagarsi una casa. Il motivo per il quale vivessero persone che mangiavano tanto da diventare obese, ed altre invece morissero di fame. Che strani che siete, si meravigliava.

Passarono mesi e forse anche anni, Roberto chiedeva con sempre più insistenza all’Imperatore il permesso di tornare a casa: Vostra Maestà se mi aiutasse a costruire una grossa imbarcazione, le sarei grato per sempre. L’Imperatore che s’era affezionato troppo alla loro compagnia non voleva cedere, ma dopo mesi di suppliche disse: Se insegnerai al Gran Sciaman, il nostro sacerdote, l’arte della scrittura, così che possa trascrivere tutte le storie che mi hai raccontato, una parte di voi resterà per sempre con noi, ed io vi darò il permesso di partire. Avrete inoltre la vostra scialuppa.

Fu così che mentre Roberto insegnava a scrivere e a leggere al Gran Sciaman, un centinaio di Tappini costruivano un’enorme imbarcazione.

Passato un anno la barca fu costruita, il libro terminato. L’imperatore disse: Voglio che il mio sacerdote legga personalmente un passo della scrittura, per essere sicuro che abbia appreso questa meravigliosa arte. Scelgo mi si legga la storia dell’uomo che gira con una gamba attaccata all’orecchio (La nave volante). Era la sua preferita. Inizialmente insicura, la lettura del Gran Sciaman, via via che proseguiva, divenne più sciolta. Ancora una volta, quando si arrivò alla parte in cui lo stupido della fiaba, dice: Me misero, me sempliciotto, me stupido… l’Imperatore esplose in una grassa risata, che significava che era tutto ok. I patti erano stati rispettati e i giganti potevano partire.

La mattina dopo fu caricata sulla barca un’enorme provvista di viveri e acqua. In un pianto generale Roberto, Francesco ed Eleonora, salutarono gli abitanti dell’isola e partirono.

Non fu facile prendere il largo, perché la corrente li riportava sempre a riva. Fino a quando impararono a remare sincronizzati tra loro e guadagnarono metri. Verso sera si trovarono in mezzo all’oceano. L’isola tanto amata era una macchia verde lontana. Di giorno il sole e un caldo infernale, di notte il buio e un freddo da cani, che per scaldarsi dormivano stretti stretti. Rimpiansero presto l’isola tanto amata. Una mattina di un paio di settimane dopo splendeva uno strano sole, una luce chiarissima avvolgeva ogni cosa, per ore sembrò tutto irreale, immobile. Dal nulla si alzò un vento fortissimo e le nuvole che prima si trovavano all’orizzonte, si fecero sempre più vicine. La luminosità diminuì e in un attimo divenne grigio dappertutto. Lampi e tuoni assordanti esplosero in cielo. Era il preludio della tragedia: un temporale violentissimo si abbatté su di loro: Bambini stringete forte la mia mano.. Roberto non fece in tempo a dire altro, la barca si capovolse, e si ritrovarono in acqua in mezzo alla tempesta.

Quando Roberto aprì gli occhi per prima cosa vide un sole spendente, ma non fu per niente un buon risveglio. Era dentro una gabbia, prigioniero di un energumeno alto almeno venti metri; ogni cosa intorno a lui, alberi, animali, case, ingrandite dieci volte. Doveva essere naufragato in questa strana terra, ma ciò che lo disperava di più era non vedere i suoi bimbi. Temette il peggio. Ti prego, Dio mio, fa che si siano salvati! Fa che si siano salvati! Pregava piangendo.

Roberto fu esibito a pagamento come attrazione di un circo, ma non gli importava niente e i suoi occhi erano costantemente pieni di lacrime.

Un giorno entrò nel tendone del circo sua Maestà la Regina. Era stata informata di questo strano essere, simile a loro, ma dieci volte più piccolo, e voleva conoscerlo. La Regina dal primo momento che lo vide provò una grossa compassione. Volle parlargli:
Perché non smetti di piangere?
Sono naufragato in questo luogo con i miei due bambini, ma di loro non so nulla, e ho tanta paura che siano… Roberto non ebbe nemmeno la forza di terminare la frase che si buttò per terra a piangere disperato. La Regina commossa da tanto dolore lo liberò rassicurandolo: Non ho avuto la benedizione d’aver figli, ma amo tutti i bambini dell’isola come gli avessi partoriti personalmente. Farò tutto ciò che è in mio potere per trovare i tuoi figlioli, ma per favore smetti di piangere.

Fu così che Roberto fu condotto alla città Imperiale.

Francesco ed Eleonora erano vivi, ma prigionieri di un pescatore ubriacone, che credendoli folletti magici li aveva chiusi a chiave in cantina. Aspettava che gli esaudissero i classici tre desideri. Fu più facile del previsto per i soldati della Regina scoprire la verità e liberare i bambini, perché il pescatore, come tutti gli ubriaconi, quando beveva diventava loquace e spifferò ai quattro venti dei due folletti.

Quando Roberto rivide i suoi bambini dalla gioia pianse e rise, cantò e ballò, per ore. Si abbracciarono e baciarono, e questa volta fu la Regina che assistendo alla scena pianse come una fontanella. Furono trattati da pascià, ma la voglia di tornare a casa cresceva ogni giorno. I due piccini stavano spesso con la Regina, che sentiva quanto fosse forte in loro la voglia di riabbracciare la mamma, a volte assisteva ai loro pianti, testimone di una ferita che non era possibile cicatrizzare.
Infine si decise: Vorrei tenervi qui per sempre, ma sento che vi manca la vostra casa. Nella nostra isola c’è un grosso uccello parlante, che ogni anno emigra dall’altra parte del mondo. Da lui ho imparato che esistono esseri della vostra specie. Gli ho ordinato di portarvi a casa.
Fu fatta preparare una specie di gabbia da contenere i tre. Il grosso uccello ghermì con gli artigli la scatola e s’alzò in volo.
Fu così che abbandonarono l’isola dei giganti, volando sopra l’oceano in balia di un enorme uccello. Passata la paura iniziale riuscirono a godersi il volo. Molto più emozionante che essere sopra un aereo, l’uccello faceva traiettorie da far rimanere senza fiato i passeggeri. Il panorama visto dall’alto era bellissimo, pur essendo monotono: per giorni e giorni solo una distesa di mare piatto.

Come lo chiamiamo? chiese Eleonora, riferendosi al loro pilota pennuto.Chiamiamolo King Kong, rispose Franci.
Ma no… dai, quello è il nome di uno scimmione, disse Roberto.
Papà, lo potremmo chiamare Super Paciu, propose la bambina.
Chiamiamolo… ecco sì: lo chiameremo Big Rolly: siete d’accordo? Propose Roberto.
Ma Papà… vuoi sempre aver ragione te: uffa! Si arrabbiò Eleonora.
Ma Elli, anche te ti chiami Onny Rolly!

Stavano discutendo animatamente quando Francesco urlò: Guardate c’è una barca!

Erano i primi segnali di vita umana. Subito dopo videro un’altra nave, e poi un’altra ancora. Capirono d’essere tornati nel loro mondo e cantarono dalla gioia. Dormirono per ore, sfiniti. Al loro risveglio, una grande sorpresa. Sotto di loro non più il mare. Ma terra, case, strade, automobili, campi coltivati, uomini. Bravo Big Rolly, disse Eleonora, che aveva deciso che come nome poteva andare quello scelto dal suo papà Hobby Rolly. Big Rolly di colpo virò e scese in picchiata sopra una striscia di terra che sembrava un boschetto o un parco. Depose Roberto e i suoi bimbi sull’erba, e salutando riprese il volo alleggerito. I tre eroi non potevano credere ai loro occhi. Si trovavano nel parco di villa Aggazzotti. S’era fatto buio, stanchi ed affamati passarono dal loro rifugio. Del buco grosso come una voragine, non v’era traccia, appena un piccolo buchetto per terra. Il passeggino invece era nello stesso punto in cui l’avevano lasciato. Lo presero e tornarono a casa. Appena entrati corsero ad abbracciare la mamma. Sai mamma, abbiamo avuto tanta paura di non vederti più. Siamo stati in un’isola con dei Tappini, e poi in un’altra con dei giganti, e siamo tornati a casa con un…
Sì, sì, mi raccontate poi dopo, andate con vostro padre a lavarvi le mani, che è tardi, e c’è già pronta la cena. Dopo facciamo i conti, vi sembra questa l’ora di tornare?
Quella notte nel loro letto i bambini chiamarono Roberto per farsi raccontare una favola.
Ma Papà, la mamma non crede a quello che c’è successo, dissero in coro i due  bimbi. Ma è tutto vero! Vero?
Elli ti ricordi dei Tappinini, di Delfin Rolly, e di Big Rolly?
Sì, Papà.
E tu Frank ti ricordi dei Tappini cacciatori e della Regina?
Sì, che me lo ricordo, e anche delle mie armi!
Allora è successo.
Vi voglio raccontare una bella storia:
Un giorno io Chuang-Tzu sognai d’essere una farfalla. Una farfalla che svolazzava da fiore in fiore alla ricerca del proprio capriccio. Di colpo mi svegliai e fui Chuang-Tzu. Oggi non so se sono Chuang-Tzu, che ha sognato d’essere una farfalla. O una farfalla che sta sognando d’essere Chuang-Tzu.

I bambini s’erano addormentati alla seconda strofa della poesia. Quella notte Roberto s’accorse che i suoi bimbi erano cresciuti. Ricordò che da neonati doveva coccolarli per una buona mezz’oretta tutte le sere per farli dormire e sorrise, perché sentiva nostalgia. Qualcuno aveva detto che quel modo tanto faticoso per addormentare i bambini era una rottura di palle. Quella notte pensò invece che era un modo molto dolce per far entrare i bambini nel magico mondo dei sogni. Andò a letto e si sognò di una caverna dalla cui volta pendevano centinaia di lucenti stalattiti, e di un’isola dall’acqua così trasparente, che si vedevano le rocce, le alghe e i pesciolini come in un acquario.

 

Autore: A.Roberto
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