storie bambini – iBambini.org https://www.ibambini.org I migliori consigli sulla gravidanza per vivere in serenità il lieto evento. Thu, 12 Oct 2017 17:03:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.2.15 La storia di Kettor – Favola per bambini di Georgia Travers https://www.ibambini.org/la-storia-kettor-fiaba.html Tue, 19 Sep 2017 14:09:22 +0000 http://www.ibambini.org/?p=5211 La storia di Kettor – Favola per bambini di Georgia Travers Kettor era un tigrotto. Aveva un bel mantello a strisce gialle e nere. Le sue zampe erano grosse come i rami di un giovane albero, e la sua coda era bella e sferzante. I suoi occhi erano dorati e fin troppo feroci per una …

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La storia di Kettor – Favola per bambini di Georgia Travers

Kettor era un tigrotto. Aveva un bel mantello a strisce gialle e nere. Le sue zampe erano grosse come i rami di un giovane albero, e la sua coda era bella e sferzante. I suoi occhi erano dorati e fin troppo feroci per una tigre tanto piccola. Aveva una lingua rosea e ruvida, che lasciava intravvedere i denti bianchi e forti, ogni volta che brontolava.

Kettor viveva con la sua mamma in una tana di pietra, sul pendio di una collina. Qui aveva il suo giaciglio di foglie secche e fruscianti. Quando era molto piccino, gli piaceva rimanere li tutto il giorno, si divertiva a stendere le grosse zampe e a estrarre gli unghioni nascosti nel soffice pelo.

Quando fu un poco cresciuto, la mamma portò fuori Kettor per allenarlo. Ed egli saltava attorno, faceva capriole, gettava in aria rametti, lacerava le foglie con le sue unghie affilate. Dava allegramente dei colpi ad ogni cosa con le zampe anteriori. Balzava per gioco sulle pietre e sulle ombre.

Cosi Kettor viveva e cresceva. Di giorno in giorno, quando giocava fuori della tana, si sentiva diventare più forte.
Passarono molti mesi. Un giorno Kettor usci tutto solo in cerca d’avventure; affilò le unghie contro un albero grosso ed alto, e parti.

Colpiva gioiosamente tutte le cose che incontrava sul suo cammino. Era divertente, spaccarle al primo colpo. Dovunque arrivasse, le altre piccole creature del bosco fuggivano, tremando per la loro vita. Questo era molto eccitante. Com’era grande e potente!
Quella sera tornò a casa a raccontare alla mamma tutto ciò che aveva fatto.

– Sono una tigre grande e forte, vero? – chiese Kettor.
– Sei un tigrotto forte, -rispose la mamma – ma ora devi dormire. –

E gli accomodò il letto di foglie, lo lavò teneramente con la sua lunga lingua ruvida, e rimase china su di lui finché s’addormentò.

Da allora Kettor s’allontanò ogni giorno un poco di più da casa. Ogni giorno affilava le unghie, ed ogni giorno osava impaurire animali sempre più grossi. Ed ogni sera tornava dalla marrima e le diceva come la prima volta: – Mamma, sono una tigre grande e forte, no? – Ed ogni sera la mamma gli rispondeva: – Tu sei un tigrotto forte. – Poi lo lavava con la sua lingua grande e ruvida, gli accomodava il letto di foglie, e rimaneva dolcemente china su di lui, finché s’ addormentava.

Cosi continuò per molto tempo. Un giorno, mentre affilava le unghie su un albero, strappò la corteccia con tanta energia che si senti più forte di quanto si fosse mai sentito. Quel giorno andò a caccia di cibo per la prima volta, e lo portò a casa orgoglioso per mostrarlo alla mamma: – Mamma, sono una tigre grande e forte no? – chiese Kettor. Quella sera la mamma rispose: – Si, Kettor, stai per diventare una tigre grande e forte. –

– Qualche giorno conquisterò il mondo per te, – disse Kettor. – Fa’ bene soltanto ciò che le tigri possono fare, Kettor – disse la mamma dolcemente. – E tutto quel che ti chiedo. – E lo lavò teneramente con la lingua larga e ruvida, gli accomodò il letto di foglie e rimase china su di lui finché si addormentò.

Quando Kettor divenne ancora più forte, cominciò a misurarsi con tutti gli altri animali che incontrava. Presto credette che non vi fosse essere vivente che egli non potesse vincere. – Conquisterò il mondo per te, mamma. – Andava ripetendo Kettor.
Una mattina, mentre stava per uscire per la sua quotidiana passeggiata, si accorse che il cielo era più scuro del solito: – Che è questo, mamma? – chiese Kettor. – E un temporale – rispose la mamma.

E proprio allora il temporale si scatenò con tutta la sua furia. La pioggia cadeva a torrenti, i tuoni brontolavano come migliaia di tigri arrabbiate, gli alberi si schiantavano fuori della porta della tana.

– Chi è abbastanza forte da rompere gli alberi? – chiese Kettor.

E il vento – disse la mamma. – Io vincerò il vento – disse Kettor, e si precipitò fuori nella tempesta. – Va’ via, vento, o io ti graffierò – urlò.

Il vento soffiò più forte, invece, e sembrò prendersi gioco di lui. – Va’ via, vento – gridò ancora Kettor; ma la sua voce fu coperta dalla furia del temporale.

Kettor colpi più e più volte l’aria. Questo era diverso da qualsiasi altra cosa contro cui avesse combattuto! Le sue forti zampe sembravano colpire il nulla. Il vento diventava più forte e gli gettava la pioggia negli occhi; ed ancora Kettor lottava dicendo: – Io ti vincerò, ti vincerò, ti vincerò. – Ed ancora il vento soffiava e gettava la pioggia contro il corpo di Kettor, finché egli fu tanto stanco, da non poter combattere più a lungo.

Allora, improvvisamente com’era venuto, il temporale cessò. Kettor rimase ancora fermo per un momento, attonito; poi corse gioioso a dire alla mamma: – Guarda, mamma, ho vinto il vento! Conquisterò il mondo per te. – La mamma disse di nuovo: – Kettor, fa’ bene soltanto le cose che le tigri possono fare. Cosi sarai sempre felice. – E lisciò il suo pelo con la grande lingua ruvida ed egli s’addormentò.

Quando si svegliò e si ricordò di come aveva scacciato la pioggia e il vento, si senti più potente che mai.

Questa volta camminò finché giunse a una grande montagna.

– Spostati dalla mia strada, montagna – disse Kettor.

Egli colpi e picchiò il pendio del monte. Le sue unghie affilate si afferravano alle crepe delle rocce e le sue zampe si ferivano. Non era come il vento; non era come nessuna cosa che egli avesse tentato d’abbattere prima, ma non voleva rinunciare. Egli colpi e colpi e tentò di smuover.e la montagna con la sua forte testa, ma la montagna non si muoveva.

Ora il sole cominciava a calare. Splendeva direttamente sulla cima della montagna, e batteva negli occhi belli e dorati, come sabbia, di Kettor. Kettor non poteva continuare, ma era deciso a non lasciarsi battere. Sarebbe tornato a casa per riposare e avrebbe ricominciato il mattino dopo. Guardò la cima del monte, dove il sole brillava: – O montagna-sotto-il-sole, ti vincerò, domattina – disse.

Tornò a casa dalla mamma. Ella lo nutri, gli accomodò il letto di foglie, con la sua grande lingua ruvida lisciò il suo pelo e rimase dolcemente china su di lui, finché si addormentò.

– Io sono davvero una tigre grande e forte, non è vero? – chiese Kettor mentre stava per addormentarsi.
– Tu sei una giovane e forte tigre – disse la mamma, ed egli s’addormentò.

Il mattino dopo s’alzò presto per vincere la montagna. Aveva dimenticato dove stava esattamente la montagna, ma ricordava che stava sotto il sole. Poiché era un tigrotto ancor piccolo non sapeva che di sera il sole (che aveva visto sopra la montagna) stava all’ovest, e che di mattina il sole (che stava proprio allora levandosi) era all’est. Cosi egli andò verso est, anziché verso ovest. Camminò e camminò senza trovare montagne.

Allorà improvvisamente un fremito di gioia corse per tutto il suo corpo giallo, dalla punta delle orecchie alla fine della lunga coda sferzante. Capiva, ora! Aveva scacciato la montagna, dopo tutto. Com’era forte e potente!

Camminò e camminò, e presto giunse dove c’era tant’acqua, quanta non ne aveva mai vista. Era il mare.

– Levati dal mio cammino! – disse Kettor con fierezza.
L’acqua lambi soltanto la costa quietamente.
Questo fece infuriare molto Kettor. Si precipitò nel mare. Colpi, battè, diede zampate, ma non poteva afferrarlo. Non importava con quanta forza lo battesse; l’acqua si chiudeva tranquilla sopra le sue zampe, come se nemmeno avvertisse i suoi colpi.

Kettor, a cui piaceva essere asciutto, caldo e comodo, divenne sempre più arrabbiato. Sempre più feroci diventarono le sue unghiate; ed ancora sembrava che egli non potesse vincere l’acqua. Combattè e combattè. L’acqua gli entrò nel naso e negli occhi, ed egli si senti molto a disagio. Infine, dopo parecchio tempo, si accorse che non poteva più continuare. Voleva soltanto tornare a casa nel suo letto di foglie calde e asciutte. Era spossato, e volgendo il dorso al mare, s’incamminò con passo incerto verso la tana. Ma che cos’era questo che rallegrava i suoi occhi? Larghe strisce di sabbia bagnata stavano davanti a lui. Poiché era una piccola tigre, non sapeva che era giunta la bassa marea. Credeva d’aver ricacciato l’acqua lontano, giu, dentro il mare.

– Dopo tutto sono la tigre più forte del mondo intero – pensò Kettor; e corse a casa per dirlo alla mamma.
– Mamma, – annunciò senza respiro – ho vinto il vento, ho spaventato la montagna ed ora ho ricacciato l’acqua. Sono una tigre grande e potente. –
– Sei ancora giovane, ma sei una tigre grande e forte – disse la mamma, mentre lo puliva con la lingua larga e ruvida e gli accomodava il letto di foglie.

Poi aggiunse dolcemente, mentre stava china su di lui a vegliarlo: – Domani verrò con te. –
Cosi il mattino dopo andò con lui.

Lo condusse su un’altura, dove egli non era mai stato. Era difficile arrampicarsi, ed essi giunsero proprio in cresta. Kettor eveva appena messo piede sulla cima del colle, quando senti un soffio forte forte, che fischiava tra gli alberi.

– E il vento – disse semplicemente la mamma di Kettor, e Kettor si chiese come il vento avesse osato tornare indietro. Ma prima di poter dire qualcosa, vide in lontananza la grande montagna, ch’egli aveva creduto d’aver spaventato.

– E la montagna – disse la mamma di Kettor.
Confusi pensieri s’accavallarono nella mente del povero Kettor.

Non aveva cacciati via la montagna ed il vento? Ma quando volle chiederlo alla mamma, s’accorse che ella stava fissando il profilo più lontano della collina, e sembrava cercare qualcosa, in distanza. Kettor s’avvicinò alla mamma … e là, davanti a lui, giaceva l’acqua, ch’egli credeva d’aver vinto.

– E il mare – disse la mamma.

Kettor non sapeva che cosa pensare, ma la mamma non disse più nulla, ed egli la senti allontanarsi lentamente, giu per le rocce.

Quella sera la mamma gli accomodò il letto e lisciò il suo morbido pelo con la grande lingua ruvida.

– Non sono una tigre grande e forte? – chiese Kettor.
– Si, Kettor, sei una tigre grande e forte – disse la mamma gentilmente. – Ma occorre assai più di una tigre grande e forte, per vincere il vento, la montagna o il mare. E si chinò dolcemente su Kettor, finché s’addormentò.

Come in un sogno gli sembrò di udirla aggiungere piano:
– Fa’ bene soltanto ciò che le tigri possono fare, Kettor. Allora sarai sempre felice. –

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IL BRUTTO ANATROCCOLO – Fiaba per bambini di Hans Christian Andersen https://www.ibambini.org/il-brutto-anatroccolo.html Fri, 15 Sep 2017 15:12:36 +0000 http://www.ibambini.org/?p=5196 IL BRUTTO ANATROCCOLO – Fiaba per bambini di Hans Christian Andersen Com’era bello, fuori, in campagna! Era estate! Il grano era giallo, l’avena verde, il fieno era stato raccolto in mucchi nei prati, dove la cicogna passeggiava con le sue lunghe zampe rosse biascicando egiziano, la lingua che le aveva insegnato sua madre. Intorno ai …

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IL BRUTTO ANATROCCOLO – Fiaba per bambini di Hans Christian Andersen

Com’era bello, fuori, in campagna! Era estate! Il grano era giallo, l’avena verde, il fieno era stato raccolto in mucchi nei prati, dove la cicogna passeggiava con le sue lunghe zampe rosse biascicando egiziano, la lingua che le aveva insegnato sua madre.

Intorno ai campi e al prato c’erano grandi boschi, e in mezzo ai boschi, laghi profondi; certo, la campagna era d’una meravigliosa bellezza. C’era là un vecchio castello, bagnato dal sole, circondato da profondi fossati, e tra il muro fin giu nell’acqua crescevano grandi piante di farfaraccio, cosi alte che i bambini piccoli potevano stare in piedi sotto le foglie piu alte.

Quel luogo era selvaggio come un fitto bosco, e li stava un’anatra sul nido, a covare i suoi piccoli, ma era ormai quasi stufa, perché ci voleva tanto tempo e di rado aveva visite; le altre anatre preferivano sguazzare nei canali piuttosto che venire sotto le foglie di farfaraccio a ciarlare con lei.
Finalmente le uova si ruppero, una dopo l’altra. -Pip! Pip! -si senti:
tutti i gialli d’uovo erano diventati vivi e tiravano fuori la testa.

Qua, qua, -faceva l’anatra; e anche loro cominciarono a schiamazzare come potevano e si guardavano intorno sotto le foglie verdi, e la madre lasciava che guardassero quanto volevano perché il verde fa bene agli occhi.

Sono belli, i piccoli di madre anatra! – disse quella che aveva lo straccetto alla gamba. – Tutti belli, salvo uno che le è riuscito male! Vorrei che potesse rifarlo da capo!
– Non è possibile, Vostra Grazia! – disse madre anatra. – Bello non è, ma ha un’indole molto buona, e nuota benissimo, come nessuno degli altri figli, forse un pò meglio, direi! Penso che crescendo si farà piu bello, e forse, col tempo, non sarà piu cosi grosso! Non è nato normale di corpo, perché è rimasto troppo a lungo nell’uovo! – E col becco lo grattò nella nuca e gli lisciò le piume. – Poi è un maschio -disse, – perciò poco importa! Penso che diventerà molto robusto e riuscirà a farsi strada! –
– Gli altri anatrini sono graziosissimi! :_ disse la vecchia anatra. – E ora fate come se foste a casa vostra, e se trovate una testa d’anguilla portatemela pure.

E si considerarono come a casa loro. Ma il povero anatroccolo che era uscito per ultimo dall’uovo ed era tanto brutto, venne morso, preso a spinte, deriso, sia dalle anatre che dalle galline. – È troppo grosso! -dicevano tutti, e il tacchino, che era nato con gli speroni e credeva quindi di essere imperatore, si gonfiò come un bastimento dalle vele spiegate e parti contro di lui, gorgogliando di collera e con la testa tutta rossa. Il povero anatroccolo non sapeva dove stare né dove andare: era tristissimo, perché era brutto e perché era lo zimbello di tutto il pollaio.
Il primo giorno passò cosi, poi andò sempre peggio. Il povero anatroccolo era scacciato da tutti: perfino i suoi fratelli erano cattivi con lui, dicevano sempre: – Magari ti prendesse il gatto, brutto mostro! – E la madre diceva: – Come ti vorrei lontano! – E le anatre lo mordevano, le galline lo beccavano e la serva che portava da mangiare alle bestie lo scansava col piede.

Un bel giorno scappò, volando oltre la siepe; gli uccellini tra i cespugli, spaventati si alzarono a volo. – Sono scappati perché sono tanto brutto! – pensò l’anatroccolo, e chiuse gli occhi, ma continuò a scappare! Arrivò nella grande palude, dove abitavano le anatre selvatiche. Restò li tutta la notte; era tristissimo e stanco.

Al mattino, le anatre si alzarono e scorsero il nuovo compagno: – E tu, chi sei? – chiesero, e l’anatroccolo si girò di qua e di là salutando come meglio sapeva.

– Sei infinitamente brutto! – dissero le anatre selvatiche, – ma per noi fa lo stesso, purché non ti sposi nella nostra famiglia! –
Poveraccio! Non pensava davvero a sposarsi; chiedeva soltanto il permesso di stare tra i giunchi e di bere un pò d’acqua di palude.
Era li da due giorni e due notti, quando giunsero due oche selvatiche, anzi due paperi, poiché erano maschi: non era passato molto tempo da quando erano usciti dall’uovo, perciò erano tanto spavaldi.

– Ascolta, amico! – dissero. – Sei tanto brutto che ci piaci! Vuoi venire con noi e diventare uccello di passo? Non lontano di qui, in un’altra palude, abitano alcune oche selvatiche, amabili e belle, tutte signorine che dicono «qua!» Tu potrai aver fortuna con la tua bruttezza! – Proprio in quel momento «pum! pam!» si senti tutto d’un tratto, e i due paperi selvatici caddero morti tra i giunchi e l’acqua si fece rossa di sangue; «pum! pam!» si udi ancora sparare e interi stormi di oche selvatiche si alzarono a volo dai giunchi; subito si udi sparare di nuovo.
Era una grande battuta di caccia: i cacciatori s’erano sparpagliati per la palude, anzi, alcuni stavano appostati fra i rami degli alberi protesi sopra i giunchi; il fumo azzurrino passava come nuvola tra gli alberi scuri e restava a lungo sospeso sull’acqua; nel fango comparvero i cani da caccia: platsch! platsch! i giunchi e le canne vacillavano da ogni parte.

Che orribile spavento ebbe il povero anatroccolo! Rigirò il capo per ficcarselo sotto l’ala, ma proprio in quell’istante apparve vicinissimo a lui un cane enorme: la lingua gli penzolava lunghissima dalla bocca e gli occhi fiammeggiavano in un modo orrendo; accostò il muso all’anatroccolo, mostrò i denti aguzzi e platsch! si allontanò senza morderlo.

– Dio sia lodato! – sospirò l’anatroccolo. – Sono tanto brutto che perfino il cane non ha voglia di mordermi!

Al mattino presto arrivò un contadino, lo scorse, venne a spezzare il ghiaccio col suo zoccolo di legno, e lo portò a casa da sua moglie. Lo fecero rinvenire. I bambini volevano giocare con lui, ma l’anatroccolo credeva che volessero fargli del male, e dalla paura andò a cadere dentro il secchio del latte, e il latte schizzò nella stanza; la donna si mise a gridare e agitare le braccia; lui allora volò nel mastello del burro, e di li nel barile della farina, e poi fuori di nuovo. Dio! Come si era ridotto! La donna gridava e l’inseguiva con le molle del camino, i bambini si urtavano l’un l’altro per acchiapparlo, e ridevano e strillavano; meno male che la porta era aperta! L’anatroccolo volò fuori tra i cespugli, in mezzo alla neve caduta di fresco, e li restò, mezzo stordito.

Sarebbe troppo triste raccontare tutte le miserie che dovette sopportare nel duro inverno. Si trovava nella palude, in mezzo alle canne, allorché il sole ricominciò a splendere caldo; le allodole cantavano, era venuta la primavera, carica di meraviglie!
Allora sollevò di colpo le ali, che frusciarono forte in modo insolito e lo sostennero con vigore; senza nemmeno accorgersene, si trovò in un grande giardino, dove i meli erano in fiore e i cespugli di lillà odoravano e piegavano i lunghi rami verdi fino all’acqua del canale serpeggiante. Che bel luogo, e che frescura primaverile! Dal folto delle piante, proprio davanti a lui, sbucarono tre stupendi cigni bianchi, che con un frullo di piume galleggiavano dolcemente sull’acqua. L’anatroccolo riconobbe i magnifici uccelli e si senti invadere da una strana tristezza.

– Io voglio andare da quegli uccelli reali! Ah! mi uccideranno a forza di beccate, perché, brutto come sono, oso avvicinarmi ad essi; ma non importa! Meglio essere ucciso da loro, che morso dalle anatre, beccato dalle galline, pestato dalla ragazza che bada al pollaio, o soffrire le pene dell’inverno!
E volò nell’acqua, dirigendosi a nuoto verso i magnifici cigni; questi lo scorsero e filarono con un frullo di piume incontro a lui!
– Uccidetemi pure! – disse la povera bestia, e abbassò il collo sull’ acqua aspettando la morte. Ma cosa vide mai, nell’acqua chiara? Vide sotto di sé la propria immagine, e non era piu l’uccello di una volta, grigio e sgraziato, brutto e sgradevole: era anche lui, un cigno!
Che importa se siamo nati in un pollaio, quando siamo usciti da un uovo di cigno? In fondo era contento di aver patito tante miserie e avversità; poteva meglio apprezzare, adesso, la felicità e la bellezza che lo salutavano. I grandi cigni gli nuotavano intorno e l’accarezzavano col becco.

Nel giardino vennero dei bambini, che gettarono pane e grano nell’acqua; il piu piccolo gridò: – Ce n’è uno nuovo! – e anche gli altri bambini gridarono dalla gioia: – E vero, è arrivato un cigno nuovo! – E battevano le mani e saltavano, poi andarono a chiamare il padre e la madre; e nell’acqua arrivarono pane e dolci e tutti dicevano: – Com’è giovane e superbo il nuovo venuto! E il piu bello di tutti! – E i vecchi cigni si inchinarono davanti a lui.

Allora si senti timidissimo, e nascose la testa sotto l’ala: non sapeva bene che cosa avesse! Era troppo felice, ma non superbo, perché un cuore buono non diventa mai superbo! Ricordava com’era stato schernito e perseguitato, e ora invece sentiva dire che era il piu bello di tutti gli uccelli. I lillà piegavano i rami fino all’acqua, il sole splendeva caldo e dolcissimo. Allora; con un frullo di piume, eresse il collo flessuoso, esultò nel cuore: – Tanta felicità non l’ho mai sognata, quand’ero un brutto anatroccolo! –

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